L’economia

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L’economia dell’Area dello Stretto nel corso della storia ha seguito di pari passo gli eventi storci che hanno coinvolto l’area di Reggio e Messina e che hanno scandito i tempi e i modi delle attività produttive, commerciali ed economiche.
La vita economica dello Stretto si è modellata sulle occasioni di investimento e di sviluppo offerte dal contesto socio – politico di ogni tempo.
Messina, con il porto naturale, è stata sin dai tempi della Magna Grecia il motore fondamentale dell’economia dello Stretto, tanto che la Città Peloritana era il centro urbano più importante della Sicilia prima dei distruttivi sismi che l’hanno colpita tra XVIII°, XIX° e XX° secolo.
I periodi fiorenti e prosperi per l’area dello Stretto sono stati  quelli che hanno visto il Mediterraneo all’attenzione dei commerci internazionali, e cioè l’epoca classica, tra Magna Grecia e Impero Romano, e poi il periodo che va dal 1.300 al 1.700 d.C. quando l’Italia, artisticamente, culturalmente ed economicamente, dominava il mondo con le potenze militari di Genova e Venezia, la forza economica di Siena, Pisa e Firenze, la struttura commerciale di Milano e Bologna.
Lo Stretto in tutti questi periodi s’è trovato al centro delle principali vie commerciali, soprattutto marittime, del Mar Mediterraneo ed ha svolto un ruolo di prestigio valorizzando anche l’immagine della Sicilia che aveva contatti e rapporti di commercio con il resto del mondo proprio tramite Messina e il suo porto.

L’Economia dello Stretto di Messina prima del Terremoto del 1908

Prima del terremoto del 1908, in tempi più recenti, l’economia di Reggio e Messina era prevalentemente commerciale, ma anche l’agricoltura era in progresso e di pari passo all’agricoltura sorgevano le prime industrie agrumarie, quindi quelle delle essenze di bergamotto nel Reggino, e il motore del commercio agricolo era alimentato da limoneti, aranceti, mandarineti che erano diffusi fino al perimetro urbano delle Città dello Stretto. La produzione agrumicola si indirizzava ai Paesi dell’Europa Centrale, soprattutto dopo che nel 1895 veniva completata la linea ferroviaria Reggio – Battipaglia, consentendo così trasporti più veloci e convenienti.

Il bergamotto, pregiato frutto unico al mondo che si produce solo ed esclusivamente nella Provincia di Reggio Calabria, nell’Area Reggina dello Stretto, grazie al particolare clima della zona, ha costituito all’inizio del novecento il principale bene su cui l’economia dello Stretto e in modo particolare di Reggio si basava: con le essenze estratte dalle cortecce si producevano profumi, dolciumi e liquori: dall’estrazione delle essenze e dalla lavorazione nelle industrie agrumarie, trovavano occupazione migliaia di persone.
Non sono da tralasciare i lavori di spremitura o ancora la raccolta e la commercializzazione di prodotti che non si limitavano a bergamotti, limoni, arance e mandarini, ma comprendevano anche l’olio d’oliva e il vino: oliveti e vigneti caratterizzavano sin dal settecento l’agricoltura dello Stretto, su entrambi i versanti.

Dopo il terremoto del 1908, una nuova economia. Lo slancio del fascismo e le nuove attività economiche

Il modello di crescita di Reggio e Messina fin all’inizio del novecento era caratterizzato dall’agrumicoltura e dal terziario. Dopo il terremoto del 1908, si aprono nuovi scenari economici per lo Stretto: l’edilizia, innanzitutto. Le due città sono completamente da ricreare, da rifare, e fioriscono numerose imprese edili.
Inoltre bisogna ricordare che nel 1896 cominciano le prime corse in assoluto delle navi traghetto che collegavano Reggio e Messina, la Sicilia all’Italia. Nel 1905 con l’entrata in funzione del porto di Villa San Giovanni, la comunicazione tra l’isola e il continente diventa più veloce e meno costosa, e si aprono nuove vie di possibile sviluppo economico, commerciale e imprenditoriale.
A Villa San Giovanni tutto ruota attorno ai “ferry – boats” e nasce un nuovo tipo di economia, basata sui collegamenti navali tra una sponda e l’altra dello Stretto.
Nei decenni successivi, soprattutto negli anni ’20 e ’30, sotto lo slancio riformista del fascismo, la situazione cambia nuovamente, soprattutto nel versante Reggino, dove ci sono sempre meno baraccati grazie alla costruzione nel periodo 1927-1930 di oltre 1.000 alloggi popolari, mentre a Messina ancora decine di migliaia di persone vivono oggi nel 2007 nelle baracche post – terremoto.
Negli anni ’20 e ’30 nascono le prime grandi opere pubbliche a Reggio: il campo sportivo polifunzionale nella zona Sud della Città nel 1932 (dove oggi sorge lo Stadio Oreste Granillo), che allora era il primo di tutto il Sud Italia,  l’Aeroporto dello Stretto nella zona di Ravagnese nel 1937, la Stazione ferroviaria centrale, che poi diventerà il principale polo di concentrazione dei lavoratori della città, inaugurata nel 1938, il Museo della Magna Grecia e tante altre opere di rilievo.
Lo sviluppo edilizio ha un’intensa accelerazione, vengono demolite le baraccopoli e si avvia un trend economico ed occupazionale abbastanza vivace, dinamico e positivo, grazie anche all’ampliamento del capitale fisso sociale.
Negli anni del fascismo, l’unico motore della crescita economica di Reggio e Messina è il ciclo edilizio, in tutte le sue componenti. Superato lo choc del terremoto, si riavvia la costruzione anche perché aumenta sempre di più la domanda e l’immigrazione dalle aree interne delle Province verso le due città causa un notevole aumento demografico.
Proprio in questi anni i politici locali cercano di dar vita ad un nuovo ciclo economico, perché capiscono che non si potrà andare sempre avanti con un’economia esclusivamente edilizia.
E’ importante al riguardo la Relazione del Consiglio Provinciale dell’Economia della Provincia di Reggio Calabria del 1928, quando afferma:
“La nostra crescente popolazione, finora, trovò largo impiego nel lavoro di ricostruzione […] per riparare ai danni causati dal terremoto; l’industria edilizia si è sviluppata in modo enorme ed ha assorbito tutta la mano d’opera disponibile, anzi ha avuto bisogno di richiamare da altre province. Ma questa attività, colla resurrezione degli abitati distrutti, deve necessariamente restringersi e deve essere sostituita da altra che dia possibilità d’impiego alla mano d’opera disponibile, che potrà divenire esuberante. Questa nuova attività non può essere che industriale.”
Appunto, industriale. Proprio in quegli anni la classe dirigente dell’Area dello Stretto doveva individuare il settore di attività per creare un modello di sviluppo per Reggio e Messina, e viene individuato quello dell’industria.
Di conseguenza, le vicende dell’economia locale vengono strettamente legate alla situazione congiunturale nazionale e internazionale, le produzioni agricole destinate all’esportazione subiscono infatti un pesante colpo dalla stabilizzazione della lira a “quota 90” attuata dal governo Mussolini, e il commercio industriale di agrumi e di olio subisce un brusco arresto.
Successivamente, la crisi del 1929-1930 peggiora ulteriormente la situazione tanto che l’economia dello Stretto piomba in un lungo periodo di recessione.
La disoccupazione raggiunge livelli elevati e le condizioni di vita peggiorano:; solo nel biennio 1936-1938 si avvertono i primi segnali di ripresa delle esportazioni di prodotti agricoli e industriali grazie all’indiretta causa della guerra civile in Spagna, concorrente dell’area del mezzogiorno, che fa aumentare la domanda internazionale verso la Sicilia e la Calabria.

Il Dopoguerra: l’economia di Reggio e Messina allo sbando

La caduta del fascismo e la Seconda Guerra mondiale, negli anni ’40, peggiorano la situazione economica dello Stretto: il patrimonio edilizio subisce ingenti danni dai bombardamenti anglo-americani, e vengono completamente distrutte le infrastrutture pubbliche.
Dopo il 1908, c’è stato un nuovo “terremoto”, questa volta artificiale, che scuote in negativo la vita di Reggio e Messina.
Infatti negli anni ’50 e ’60, lo Stretto non è interessato in modo significativo né dai processi di ricostruzione post-bellici né dai provvedimenti della politica economica nazionale.
Il settore terziario assorbiva quasi la metà della popolazione attiva di Reggio e Messina, nel pubblico e nel privato, e aumentavano i comparti dei trasporti e della comunicazione.
Circa il 27% degli attivi cittadini dell’Area dello Stretto faceva capo al settore industriale, il 24% a quello agricolo.
L’industria edilizia vive un nuovo periodo di grande boom tra 1950 e 1970 quando le Città si ingrandiscono in tutte le direzioni con un notevole aumento demografico ( Reggio passa da 150.000 a 180.000 abitanti, Messina da 220.000 a 260.000).
Dal punto di vista strutturale, però, non ci sono i presupposti per lo sviluppo: l’aumento demografico si blocca, Reggio tra 1970 e 1990 rimane ferma a 180.000 abitanti, Messina addirittura nello stesso periodo retrocede da 260.000 a 245.000 ! Le attività industriali edilizie si bloccano, e l’economia si ferma.
Reggio vive con tormento gli anni dello “scippo” del capoluogo, Messina si chiude in se stessa e non riesce a valorizzare le risorse naturali e storiche che la posizione le offre. Il governo centrale considera Calabria e Sicilia la periferia d’Italia, e sia Reggio che Messina pagano la mancanza di una classe politica forte e determinata, tanto che in Parlamento siedono numerosi esponenti politici Cosentini, Catanzaresi, Catanesi e Palermitani ma ci sono pochissimi Reggini e Messinesi.
Le politiche locali di quegli anni vanno assolutamente contro Reggio e Messina, per favorire le altre aree delle due regioni: si forma l’asse PA – CT in Sicilia e CS – CZ in Calabria.
Viene proposta e approvata una variante al progetto originario dell’A-3 Salerno – Reggio Calabria che da un’autostrada veloce e litoranea diventa una tortuosa strada di montagna che “deve” passare per la Sila e il Pollino per collegare la città di Cosenza al alle principali vie di comunicazione del mezzogiorno: ma proprio per questo motivo la costruzione, l’ammodernamento e la sistemazione dell’opera sono, e saranno ancora, lunghi, pericolosi, disagevoli e i collegamenti si sono sempre dilatati (sia come tempo che come costi) notevolmente.
Reggio e Messina erano viste come “discarica” delle rispettive Regioni, che decidevano di installare il proprio polo industriale proprio nell’area dello Stretto, quella che per caratteristiche storiche, culturali e sociali aveva ben altra vocazione.
Le industrie nel Messinese vengono imposte soprattutto nell’area Milazzo – Pace del Mela con la “Raffineria Mediterranea”, la centrale elettrica Edipower, le acciaierie Duferdofin di Giammoro. Aree industriali si trovano anche nel capoluogo (ZIS, ZIR, Messina Sud-Larderia) e a Villafranca Tirrena (ex Pirelli).
A Saline Joniche, nel Reggino, ancora oggi si può osservare la struttura simbolo del sottosviluppo dell’Area dello Stretto nella seconda metà del ‘900.
Negli anni ’60 viene costruita proprio a Saline Joniche una grande industria per la produzione di bioproteine, la Liquilchimica, che non entrerà mai in funzione. La struttura diventa uno scempio che distrugge il bellissimo paesaggio naturale della zona, e le precedenti idee della comunità locale per la valorizzazione del naturale porticciolo delle Saline Joniche, all’interno del comune di Montebello Jonico, ricco di attrazioni turistiche storiche e monumentali sin dai tempi della Magna Grecia, vengono infrante tra lamiere, capannoni, ferri e ciminiere fatiscenti.
In seguito alla Rivolta di Reggio viene promessa come “contentino” la realizzazione del V° polo siderurgico d’Italia nella Piana di Gioia Tauro da parte del Presidente del Consiglio di allora, Emilio Colombo; anche questa promessa non viene mantenuta, e non iniziano neanche i lavori, e questa è probabilmente stata una fortuna altrimenti si sarebbe bissato lo scempio di Saline anche nel versante Tirrenico della Provincia di Reggio.
Non ci sono stati – infatti – dirigenti locali in grado di intuire le capacità e le vocazioni del territorio, e l’Area dello Stretto è stata di continuo “stuprata” dai dirigenti nazionali che le appioppano tutti i rifiuti del Paese.
E’ così che negli anni ’80 l’Area dello Stretto, le Province di Reggio e Messina, si trovano in fondo a tutte le graduatorie economiche, occupazionali, e della qualità della vita del nostro Paese.

I segnali positivi di cambiamento, la vocazione turistica dello Stretto, un nuovo incremento delle attività economiche nell’ultimo decennio

Vanno avanti bene solo piccolissime realtà locali che, a livello Comunale, gestiscono e amministrano bene il territorio: è il caso di Taormina e delle Isole Eolie, gli unici due poli che riescono ad individuare subito la via turistica come modello di sviluppo, favoriti anche rispetto al territorio Reggino dallo Statuto Speciale della Regione Sicilia che trasmette maggiori poteri di decisioni autonome a livello di istituzioni ed enti locali.
Dagli anni ’90, però, la situazione è cambiata anche nel Reggino.
La Città si è risollevata e dopo i primi miglioramenti strutturali come il completamento del Lungomare, ha finalmente trovato amministrazioni comunali stabili, forti e preparate. Capaci, soprattutto, di individuare per la prima volta nella storia recente della Città, un modello di sviluppo: quello della Città turistica.
Soprattutto l’Amministrazione guidata dal Sindaco ancora in carica, dott. Giuseppe Scopelliti, ha avviato un cammino ben preciso per la Comunità Reggina, quello di Città Turistica Mediterranea: le attività economiche adesso sono sempre più votate alla ricezione ed all’offerta turistica, sono nati centinaia di Bed & Breakfast, nuovi Hotel e nuovi esercizi commerciali che fanno fortune grazie all’aumento notevole di presenze di turisti in Città. La Città pullula di attività imprenditoriali mirate al turismo, e questo progetto, grazie al suo successo, si sta allargando a macchia d’olio verso gli altri Comuni della Provincia di Reggio e quelli della Provincia di Messina. Reggio Calabria e Taormina fanno parte di un unico “circuito – sistema” turistico e finalmente negli ultimissimi mesi anche Messina ha deciso di avviare un modello di sviluppo economico mirato al turismo.
A mio avviso, infatti, il turismo è la vocazione naturale dell’Area dello Stretto, che ha avuto una storia nobile ed elegante, lunga e affascinante, e che deve quindi sfruttare le risorse naturalistiche (clima e paesaggio), storiche, monumentali, artistiche e architettoniche di cui il territorio è particolarmente ricco.
Se la classe dirigente del dopoguerra fosse stata simile a quella dell’ultimo decennio, probabilmente oggi potremmo raccontare tutta un’altra storia, poiché anche dal punto di vista della qualità della vita, il modello di sviluppo economico basato sul turismo è quello più pulito, meno inquinante, meno distruttivo e devastante nei confronti del mondo della natura: l’Area dello Stretto con tutti i soprusi industriali degli anni ’50, ’60 e ’70 ha perduto moltissimo, e il valore delle scelte e soprattutto il successo delle politiche degli ultimi anni, assumono quindi una rilevanza e un valore di spessore ancora maggiore.
Ci sono ancora moltissimi problemi da essere risolti, ma si percepisce un’atmosfera di rinnovata fiducia nei confronti del futuro e sembra davvero la volta buona, finalmente, che una via di sviluppo positivo possa essere avviata.
La creazione di un modello di sviluppo economico mirato al turismo, ha come presupposto la presa di coscienza da parte dei cittadini delle bellezze e delle risorse del proprio territorio.
Questo è mancato nei decenni passati, e nei colloqui con gli “estranei” all’Area dello Stretto si è sempre teso a parlare del passato, di quanto bella e ricca fosse Messina, di quanto nobile ed elegante fosse Reggio, nei secoli dei secoli.
Lo sviluppo turistico presuppone una proiezione al futuro, e non una retrogressione al passato: il classico piangersi addosso, la mentalità scoraggiata, disfattista e pessimistica dell’Area dello Stretto devono forzatamente cambiare per proporre un futuro migliore, e deve essere un cambiamento sociale, popolare, perché i problemi non si possono imputare sempre “agli altri”, alla classe politica o allo Stato o alla sfortuna o a chissà chi: ognuno è fautore del proprio destino ed è dalla base popolare della società che bisogna capire, tramite esami di coscienza, cosa è stato sbagliato, cosa è sbagliato, e cosa bisogna migliorare, cambiare e innovare.
Walter Benjamin, uno storico dell’arte tedesco, per spiegare la modernità utilizzava, rifacendosi ad un acquarello di Paul Klee, la metafora dell’angelo della storia che ha lo sguardo rivolto alle rovine del passato, ma è già in volo verso il futuro.

L’economia di Reggio e Messina oggi

Un indicatore che consente di studiare e capire i processi economici è quello del “valore aggiunto” che, secondo l’Istat, è l’aggregato che consente di apprezzare la crescita del sistema economico in termini di nuovi beni e servizi messi a disposizione della comunità per impieghi finali.

Il valore aggiunto è quindi la risultante della differenza tra il valore della produzione di beni e servizi conseguita dai singoli settori produttivi ed il valore di beni e servizi intermedi degli stessi servizi consumati.

Il valore aggiunto corrisponde alla somma delle retribuzioni dei fattori produttivi e degli ammortamenti.

Di conseguenza proprio il valore aggiunto è l’indicatore che meglio rappresenta e misura il livello di “ricchezza” generato da un determinato sistema economico in un determinato lasso di tempo.

Rispetto al conteso congiunturale dell’economia nazionale che accusa evidenti difficoltà di tipo strutturale, la Provincia di Messina e la Provincia di Reggio Calabria nel periodo 2003-2005 mostrano una dinamica del valore aggiunto migliore rispetto all’Italia.
Il motore che fa da traino a questo processo di sviluppo locale, come è evidente anche dal grafico del valore aggiunto della Provincia di Messina nel 2005, è quello delle attività del settore terziario, tanto che si riscontra un processo di terziarizzazione del sistema economico di entrambe le Province dello Stretto.
Anche dal punto di vista occupazionale ci sono dei segnali positivi: nonostante quello della disoccupazione rimanga un problema atavico del mezzogiorno e quindi anche dell’Area dello Stretto, negli ultimi anni si avvertono dei segnali di miglioramento.
Il tasso di disoccupazione della Provincia di Reggio Calabria al 2004 era del 19,2%, nel 2005 invece del 16,3%, mentre a livello regionale (Calabria) il tasso è in aumento (2004: 14,3%; 2005: 14,4%) secondo i dati Istat.
Il tasso di disoccupazione della Provincia di Messina al 2004 era del 16,1%, nel 2005 invece del 13,1%.
La distribuzione degli occupati per settore e per genere, conferma la prevalenza delle attività del settore terziario per l’Area dello Stretto.

L’occupazione della Provincia di Messina è caratterizzata da una quota molto elevata nel settore terziario, superiore di circa dieci punti percentuali alla media nazionale.

Abbastanza simile è la situazione in Provincia di Reggio Calabria, dove la distribuzione degli occupati nel settore agricolo corrisponde all’11,8%, nel settore industriale al 19,6%, nel settore dei servizi al 68,6%, anche se è superiore di cinque punti percentuali abbondanti l’occupazione nel settore agricolo nel Reggino.
Un problema serio che blocca il definitivo slancio economico delle Province di Reggio e Messina è quello delle infrastrutture.
Le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo del territorio ed è importante la relazione tra dotazione infrastrutturale e grado di sviluppo economico. Il sistema infrastrutturale infatti rappresenta uno dei principali fattori di sviluppo di un determinato territorio, e si pone come prerequisito essenziale della crescita economica, soprattutto nello scenario contemporaneo in cui la competizione di gioca sull’abbattimento di barriere e sulla costruzione di reti di comunicazione internazionali, a causa della globalizzazione dei mercati.
La Calabria e la Sicilia possiedono una dotazione infrastrutturale inferiore alla media Italiana, soprattutto escludendo i porti.

Lo sviluppo degli ultimi anni della Provincia di Reggio Calabria, da questo punto di vista, è da attribuirsi al ruolo strategico del porto di Gioia Tauro che, grazie alla sua favorevole posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, svolge un’importante funzione logistica ponendosi come snodo dei trasporti italiani e internazionali e al tempo stesso come centro propulsore per lo sviluppo dell’entroterra e del sistema imprenditoriale del Reggino. Per quantità di merci trasportate, il porto di Gioia Tauro al 2002 risulta secondo solo a Taranto nel mezzogiorno.

L’ipotesi dell’Area Metropolitana dello Stretto, possibili scenari di sviluppo

Le economie delle rispettive Province di Reggio Calabria e Messina sono abbastanza simili e riuscirebbero, sposandosi, a formare un unico sistema di sviluppo.

Nel Convegno tenutosi a Gioia Tauro, mercoledì 11 Agosto 2004, il Presidente della Provincia di Reggio Calabria di allora, l’ing. Pietro Fuda, oggi senatore, ha esposto con una relazione molto dettagliata le idee e le strategie per l’unificazione economica e commerciale delle due Province nell’Area dello Stretto, dopo il Protocollo d’Intesa stipulato nell’Aprile 2004.

L’offerta turistica proposta dall’Area dello Stretto non avrebbe uguali in Italia, nel Mediterraneo e nel Mondo, presentandosi nello scenario internazionale come la culla dell’arte, della storia e della cultura mondiale.

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L’Area dello Stretto oltre al clima e alla natura invidiabili, potrebbe offrire differenti tipologie di turismo, da quello marittimo a quello montano, e anche dal punto di vista economico e commerciale sarebbe autosufficiente anzi, probabilmente, migliorerebbe le capacità produttive, imprenditoriali e migliorerebbe la qualità della vita con un’amministrazione pubblica più vicina alle esigenze dei cittadini.

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Informazioni su Peppe Caridi

Nato a Reggio Calabria il 18 maggio 1986, giornalista pubblicista dal 29 dicembre 2009, nel 2004 ha fondato il blog MeteoWeb diventato poi testata giornalistica nel 2010. E' Direttore Responsabile di MeteoWeb, Sport Fair, CalcioWeb e StrettoWeb
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